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UN BUON INIZIO? LA RIFORMA ELETTORALE



Dopo l'elezione, nel nostro paese, si potrebbe auspicare una stagione di riforme. per cui la questione della legge elettorale deve essere al centro del dialogo politico. Nessun partito sembra mai davvero soddisfatto di quella in vigore, ma difficilmente arriva un accordo sulla successiva. Il risultato è un dibattito spesso infruttuoso e subordinato agli affari correnti, che si può molto vagamente collegare alle due coalizioni più importanti del quadro: il centrodestra più attratto dal maggioritario, il centrosinistra dal proporzionale. Se a questo aggiungiamo il difficile rapporto delle iniziative politiche con la corte costituzionale, culminato con due interventi durissimi di quest’ultima su Italicum e Porcellum, non dovrebbe sorprenderci che non si sia ancora trovata una soluzione. Ma quali sono i punti del dibattito? 
In principio, la questione è piuttosto intuitiva. Il sistema proporzionale, ovvero un sistema che trasforma i voti ottenuti in una data circoscrizione in un numero proporzionalmente corrispondente di seggi in parlamento, consente di garantire rappresentatività, una maggior corrispondenza tra le preferenze espresse dalla popolazione e i risultati finali.
Il sistema maggioritario, d’altro canto, tende a fornire risultati più netti, attribuendo un singolo seggio al candidato più votato, senza troppi giri di parole. In inglese è chiamato first past the post, chi vince prende tutto. In questo modo, si tenderanno a creare due schieramenti contrapposti, in modo che la vittoria possa essere conferita senza alcun dubbio al gruppo in grado di ottenere più seggi. Ovviamente nella realtà non è così semplice. In primis perché molte leggi elettorali sono frutto di un accurato compromesso tra i due estremi, in secondo luogo perché un sistema di successo deve riflettere anche la realtà politica vigente in un Paese, incarnandone i valori, così come le paure e le tendenze. 
Per ideare o riformare una legge elettorale, non si può non guardare ai Paesi che ci circondano. Tenendo da parte gli Stati Uniti per la loro unicità politica e geografica, il maggioritario per eccellenza è quello in vigore nel Regno Unito. Antichissimo (la legge fondamentale è del 1832) e impregnato di consuetudini e procedimenti formali, negli ultimi anni ha dimostrato i suoi limiti nel garantire un governo stabile. Il suo triste primato, ovvero la sua altissima distorsione, ci permette di comprendere bene i rischi nascosti nel sistema maggioritario. Nelle elezioni del 2019, il partito Liberal Democratico ha ottenuto 11 seggi con l’11,6% dei voti. Nella stessa tornata, lo Scottish National Party ha vinto ben 48 seggi, ma con solo il 3,8% delle preferenze. Questa situazione parossistica è frutto di un problema molto semplice: se un partito ottiene molti voti a livello nazionale senza però concentrarli territorialmente, molte di quelle preferenze andranno sprecate perchè non sufficienti a conquistare il seggio. Se invece un partito ha una base più ridotta ma molto concentrata territorialmente, il risultato sarà esponenzialmente maggiore. Per riepilogare: il maggioritario può scoprire il fianco a distorsioni estreme.  
D’altra parte, anche il proporzionale ci offre esempi di rischi non trascurabili. Se prendiamo in esame il caso di Israele, la struttura del sistema elettorale, combinata con le caratteristiche uniche della società del Paese, ha dato origine ad un caso estremamente particolare: nella Knesset siedono ben 14 diversi gruppi parlamentari, la maggior parte dei quali con meno del 6% dei seggi. Come ci si potrebbe immaginare, i tempi di formazione di un governo si dilatano molto: nel 2021, dopo le elezioni di Marzo, sono serviti tre mesi di trattative affinché gli 8 partiti attualmente alla maggioranza siglassero un accordo. Il tutto per sciogliere le camere e tornare a elezioni esattamente un anno dopo. Si tratta di un problema di non facile risoluzione: molti dei partiti in parlamento rappresentano gruppi etnico-religiosi, dunque una soluzione apparentemente ovvia come quella di alzare la soglia di sbarramento diventa motivo di dibattito. 
L’Italia non si avvicina naturalmente a nessuno di questi due casi limite, pur soffrendo di problemi più simili a quelli della knesset piuttosto che a quelli della House of Commons.
A fronte di questi esempi, è evidente come non esista un sistema intrinsecamente giusto o sbagliato, ma che il compito del legislatore debba essere di cercare di equilibrare le regole della competizione elettorale a seconda del Paese, della sua storia e di eventuali situazioni particolari. Per riuscire a limare una legge elettorale esistono molti strumenti, che possono arrivare a creare ibridi tra i sistemi o anche solo mitigare effetti indesiderati. 
Evitando di scendere nei tecnicismi matematici delle formule  elettorali, è giusto soffermarsi su uno degli strumenti più intuitivi e discussi:  il premio di maggioranza. Si tratta di un vero e proprio “bonus” di voti al partito (o coalizione) che raggiunge una data soglia di maggioranza relativa. Un modo per dare governabilità ad un sistema proporzionale. Questa soluzione aveva interessato i legislatori sin dal lontano 2005, quando fece la sua prima apparizione nella seconda repubblica con la legge Calderoli. Tuttavia, dopo aver regolato tre elezioni, è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale per via dell’assenza di soglie minime per ottenere il suddetto premio. Così il governo Renzi nel 2015 tentò di risolvere la questione inserendo uno sbarramento al 40% con l’Italicum, che non riuscì comunque a soddisfare la Corte Costituzionale e sparì ancora prima di essere usato per la prima volta. Nonostante queste avverse vicende, comunque, il premio di maggioranza potrebbe tornare alla ribalta, come vedremo tra poco. L’elaborazione di una nuova legge soffre lo stallo politico degli ultimi anni. Sinistra, 5 Stelle e partiti minori sostengono il proporzionale, evidenziandone i pregi in termini di rappresentanza democratica. Il centrodestra ha generalmente sostenuto il maggioritario invocando la governabilità. 
A prescindere dalle posizioni, bisogna prendere atto di una realtà: il nostro sistema partitico è in continuo mutamento e, pur restando la tendenza al tripolarismo, i rapporti di forza cambiano drasticamente, con alti livelli di volatilità elettorale che rendono difficile attuare una riforma che sia adatta a durare nel tempo.  Il Rosatellum nel 2018 ha faticato a designare un vincitore, e ora, nonostante la natura almeno tripolare del parlamento che è uscito dalle urne, potrebbe esserci di fatto una stabilità. In cantiere alla commissione Affari  Costituzionali c’è la legge Bresciapronta a tornare al proporzionale con un’alta soglia di sbarramento e senza coalizioni. Una soluzione che difficilmente sarà perseguita adesso che il centrodestra ha ottenuto una posizione di grande rilievo. Anche Calderoli, starebbe lavorando ad una proposta proporzionale che comprenda però un premio di maggioranza con soglia molto alta, vista la fine delle due precedenti leggi che lo prevedevano. Entrambe le proposte puntano a  far tornare i partiti a correre da soli, senza coalizioni elettorali. Un modo per constatare la fine del bipolarismo. 
Per quanto sia impossibile toccare il sistema elettorale senza un larghissimo consenso, quasi tutti gli schieramenti sono d’accordo col superamento del Rosatellum. E un premio di maggioranza sostanzioso dovrebbe convincere anche i più oltranzisti sostenitori del maggioritario. Una riforma elettorale non è mai un affare semplice. Ma spesso è necessità assoluta: soprattutto quando formare un governo diventa un processo straziante e interminabile, mentre gli elettori continuano ad allontanarsi dalla politica (testimone l’astensionismo). Una legge elettorale non può essere la risoluzione di tutti questi problemi, ma può essere un buon inizio. Un primo passo per adattare le regole alla realtà del sistema, per il quale tuttavia è necessario accettare un compromesso che lascerà inevitabilmente scontento qualcuno dei molti e variegati gruppi sociali e politici del nostro Paese.

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