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DECAMERONE E CORONAVIRUS

"Iniziò in Oriente, dove uccise un'enorme quantità di persone, prima di estendere gradualmente la sua miserabile mano sull'Occidente. Contro questa piaga tutta la saggezza e la lungimiranza umana erano vane. Fu dato l'ordine di ripulire la città dalla sporcizia, era vietato l'ingresso a qualsiasi persona malata, si davano molti consigli per mantenersi in salute… Eppure, all'inizio della primavera dell'anno in cui comparve, si evidenziarono i suoi orribili effetti".(Giovanni Boccaccio) Questo estratto, come appare chiaro, non descrive la diffusione verso occidente del COVID-19, ma è tratto dalle prime pagine del Decamerone, di Giovanni Boccaccio. Il libro fu scritto tra il 1348 e il 1352, quando i valori del Medioevo (fede, trascendenza) cedevano a quelli del Rinascimento (divertimento, affari, mondo reale). Il Decamerone, che è spesso paragonato a “The Canterbury Tales”, anche se il primo è stato scritto decenni prima, è principalmente ricordato per le sue storie di lussuria e inganno; ma in esso, a mio parere, c’è di più da capire. Il libro è ambientato sullo sfondo del caos causato dalla peste bubbonica, che devastò Firenze a partire dal 1347. Le storie, 10 al giorno per un periodo di 10 giorni (in greco e hēmera significa "giorno") sono raccontate da sette nobildonne e tre nobili, che si sono rifugiati in una villa di campagna per sfuggire agli orrori della città. I personaggi stanno insieme per due settimane. Ma due giorni devono essere dedicati agli obblighi personali e due ai doveri religiosi. Restano dieci giorni. Dieci storie per dieci giorni: alla fine si avranno cento storie. Quella raccolta, con varie introduzioni e commenti, è il Decamerone. Razionalmente, dovremmo osservare che la fuga in campagna dei protagonisti era ingenua, e non poteva essere vista come un vero rifugio: la peste infatti fu altrettanto devastante nelle aree rurali. Ma la finzione ha il potere di sospendere la realtà per i personaggi di un racconto. E serve quindi, nel nostro caso, anche a consolarci; visto che la nostra mente si affida molto all’immaginazione, ne viene compenetrata e ci allevia i mali. Alcuni commentatori del libro, infatti, ritengono che le storie del Decamerone siano un modo per iniettare calma mentale in una situazione (come vedremo) da incubo; esorcizzandola. A differenza della realtà, infatti, i commentatori spiegano: le storie hanno un inizio, una metà e una fine. La fine del Male. Artifici psicologici a parte, molta della rappresentazione del Boccaccio degli appestati di Firenze, ricorda l'epidemia di coronavirus. Ci sconforta, forse, constatare, magari, che dal 1348 pare non sia cambiato molto. Da quando una malattia così contagiosa causò il fatto che "il malato la comunicava al sano ... proprio come un fuoco cattura qualcosa di secco o oleoso che gli si avvicina", e che "il fratello abbandonava il fratello, e lo zio suo nipote, e la sorella suo fratello e molto spesso la moglie suo marito”. Allora come adesso, la quarantena era un pilastro centrale, l’unica giusta risposta a portata di mano, a una epidemia. Per fortuna, siamo ora benedetti con organizzazioni internazionali, istituzioni di stato (polizia, ospedali, servizi vari) e conoscenze mediche che rendono possibile una risposta coerente. E (speriamo) rapida. Ci sono però altre somiglianze. Laddove oggi le persone indossano maschere per il viso (nonostante i suggerimenti secondo cui non siano molto efficaci): nel 14mo secolo “andavano in giro portando fiori o erbe o profumi nelle loro mani, nella convinzione che il male potesse essere scacciato da forti effluvi; e che comunque fosse una cosa eccellente confortare il cervello con tali odori ” come scriveva il Boccaccio. E, nel febbraio/marzo 2020, quando le borse crollano tra i timori degli effetti del coronavirus, dovremmo ricordare che le pestilenze hanno sempre causato forti danni economici: "Le colture di grano rimasero abbandonate, non raggiunte e non raccolte" scriveva sempre il Boccaccio 667 anni fa. Aggiungendosi al notevole incremento demografico che si era generato nel periodo precedente questo fenomeno generò allora un’immediata ondata di carestia. I metodi di coltivazione erano ancora piuttosto rudimentali, le scorte non erano state accumulate o conservate a dovere, e non si seppe mettere riparo all’emergenza. Presto le città e le campagne si trovarono a corto di viveri e le poche risorse disponibili si rivelarono insufficienti per soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione. I saccheggi di beni alimentari erano all’ordine del giorno (ci ricorda qualcosa ?). Era carestia, in tutta Europa. Pensate che basti ciò che ho scritto per dipingere l’incubo? No! oltre alla peste e alla carestia generata da incapacità tecnologiche, ci furono molti altri macro eventi che influenzarono pesantemente lo sviluppo economico e sociale, generando un mutamento così profondo e doloroso, da ridisegnare completamente la mappa sociologica dell’intero continente. Studi recenti hanno dimostrato che masse di precipitazioni atipiche e fuori stagione si concentrarono, infatti, in quegli anni, nel periodo della semina e del raccolto, di modo che le piogge abbondanti e le intemperie mandarono perdute intere messi per diversi anni di seguito. Ci ricorda qualcosa? E non basta: nel frattempo le guerre, guerriglie, e invasioni portavano a una serie continua di devastazioni: i paesi e le città venivano saccheggiati, distrutti da incendi, spesso rasi al suolo; gli uomini in grado di lavorare nei campi erano sottratti alle attività produttive per recarsi in battaglia, e spesso perivano o ritornavano inabili. Certo guerre e battaglie erano sempre esistite, ma nel XIV secolo il panorama bellico era praticamente diffuso in tutta Europa. In carenza di uomini validi alla leva si iniziò a far ricorso alle truppe mercenarie che, giungendo in un suolo straniero, non si facevano scrupolo di seminare morte e devastazione, depredando le popolazioni di ogni avere per compensare la loro paga. Le persone vagavano da una regione all’altra in cerca di sopravvivenza e di pace. Ma senza trovarle. Ci ricorda qualcosa? L’ondata epidemica durò per tre anni ininterrotti, dal 1347 al 1350, ma rimase comunque presente in fase endemica anche successivamente, continuando a ricomparire in focolai isolati e ridotti, per poi propagarsi nuovamente, ed interrompersi da capo. Non è un film dell’orrore, è realtà: si stima che in questa epidemia senza precedenti, la più terribile a memoria d’uomo, e catastrofi annesse, perì oltre il quaranta per cento della popolazione esistente all’epoca. I pochi sopravvissuti vagavano per l’Europa senza alcun controllo, i centri abitati erano stati abbandonati, i morti non venivano seppelliti per timore del contagio, o accatastati su carri; i moribondi e gli ammalati erano abbandonati al loro destino. La mancanza di medici, militari di carriera, uomini di legge, di sapere o di scienza, morti o fuggiti senza più tornare, mise in ginocchio lo status sociale, le città erano impossibilitate ad operare, le strutture pubbliche erano paralizzate. Cosa pensereste fosse logico fare in questa situazione? Ovviamente niente altro che un bel suicidio di massa, no? Come quelli delle sette sataniche che si avviano verso precipizi, tutti assieme, e si annientano. E invece no, e ritorno al Decamerone: per fortuna, “quelli che hanno il coraggio di superare e attraversare le prime pagine di triste apertura del Decamerone (parole del Boccaccio! Si riferisce alle pagine iniziali che descrivono la peste) vengono ben ricompensati”. Navigare oltre l'introduzione, continua l'autore, è simile a "scalare una ripida montagna fino a una valle più bella e deliziosa, che appare più piacevole in proporzione alla difficoltà della salita." In effetti, iniziando a leggere i racconti, il lettore è meravigliato dalla non presenza di immagini da incubo, anzi: la prima storia del Decamerone ci presenta Cepparello, un uomo così meravigliosamente malvagio che è in grado di mentire “fino a raggiungere la santità”. All'epoca la morte era un grosso problema", perché la Chiesa enfatizzava i pericoli dell'inferno. Ma Cepparello non ne ha nessuna. "La paura che penetra la città è trasformata in uno scherzo da parte di questo personaggio, che non ha paura di morire". (un po’ come i “rave-party” che si sono fatti vicino alla zona rossa…) Ma ora viene il punto, che vorrei presentarvi; e non si tratta più di fantasia: Costretti a radere al suolo le città, e poi a ricostruirle, i superstiti optarono per abitazioni più ampie e confortevoli, facendo di fatto scomparire gli alloggi angusti e sovraffollati che erano tipici del periodo precedente, e che erano stati motivati dall’enorme crescita demografica. Lo spazio disponibile pro capite era aumentato considerevolmente, le risorse economiche di decine di famiglie erano ora aumentate perché si poteva coltivare più terreno; e le città furono riprogettate con razionalità e criterio, le strade si allargarono; stamberghe e alloggi di fortuna furono sostituiti da sontuosi palazzi; il dolore, la miseria e il degrado della grande epidemia furono dimenticati in un’ossessiva ricerca del benessere, della bellezza, e dell’appagamento estetico. Sono i preludi del Rinascimento: è vero, grandi ricchezze erano ancora concentrate nelle mani di pochi (ma tutto sommato per molti versi anche oggi è così) ma nacque il gusto per il bello, per l’intelletto, per la scienza. Nonostante la devastazione della pestilenza, la città di Firenze divenne l'epicentro del Rinascimento italiano, producendo capolavori come nessuno in nessuna altra epoca aveva fatto. E l’Uomo abbandonò l’austero mondo del timore del peccato; e così il cavaliere non combatteva più per Cristo, ma, attraverso il sentimentalismo, quello della sensualità, per la sua dama. La dama romantica sostituiva la Croce. La cavalleria comincia ad essere un modo per godere la vita e non per uccidere. E gran parte dell’arte (e molta scienza) di cui oggi godiamo, noi e tutto il mondo, fu prodotta allora o discese da quegli oscuri tempi di morte e resurrezione. Da Firenze, e dall’Italia. E pilotò un “Rinascimento”; ma non solo per l’Italia: mentre Francia, Spagna e Inghilterra producevano generali, ammiragli e funzionari, noi producevamo artisti e li esportavamo in tutto il mondo. Così, da un male nacque un bene, e dalla Grande Peste Nera del 1300 scaturirono le premesse per la straordinaria fioritura artistica e letteraria e il libero sviluppo del pensiero. Della letteratura, del teatro, della musica, dell’architettura, della pittura, della scultura, della filosofia e dell’indagine scientifica; che portarono l’Italia alle vette della perfezione culturale mondiale: proprio quell’Italia che risultò essere, in definitiva, il paese europeo più colpito dalla Peste, con un totale di perdite superiore al 50% della popolazione esistente. Ma ci sono altri insegnamenti che possiamo trarre dal Decamerone, e possono esserci utili per esorcizzare i momenti attuali: A differenza della Divina Commedia di Dante, che era un tentativo di rafforzare la religione; magari in maniera politicamente irriverente, per far togliere all’autore qualche sassolino dalla scarpa, il Decamerone era scritto per esseri umani normali che vivono una vita normale, in questo mondo. Molte delle storie riguardano il piacere di vivere il più possibile la vita. "Non c'è niente come una storia sporca per distogliere la mente dalla morte", scherzava infatti il Boccaccio. Il che ci ricorda le innumerevoli battute sul tema epidemia, che circolano in Rete. (e mi piace ricordarvene alcune…le più “pulite”) Però le storie non sono solo fatte solo per scioccare, impaurire o divertire. Possono anche essere lette come una meditazione sul valore di alcune alternative di vita, vissute da esseri umani come noi. Ogni scrittore usa infatti le storie per modellare le identità, e per cercare di farci identificare in esse. Magari invitandoci a cercare, noi, somiglianze con la nostra vita, o ringraziando Dio per non essere nelle condizioni narrate. Ecco perché, di fronte a catastrofi; che si tratti del coronavirus, dell'apocalisse climatica, o del divario sempre più ampio tra ricchi e poveri, una lettura del Decamerone può essere utile anche oggigiorno. Anche ora! Anche per alleggerire lo spirito. il Decamerone si può immaginare come una foto, un film in bianconero, con i dieci eleganti fiorentini, con i loro abiti di seta e i doppiopetti ricamati, che uniscono le mani per ballare la loro danza circolare, la Carola. E nel mezzo del cerchio possiamo figurarci monaci, mercanti, pittori e prostitute che cenano, fanno sesso e si danno calci a vicenda nei fossati. In altre parole, vediamo il Rinascimento abbracciato dal Medioevo, come un pianeta orbitato dalle sue lune. E come vorremo fare quando tutta questa storia sarà finita. (Pubblicato già su nelfuturo.com)

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