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CONTROCULTURA ED ATTUALITA'

«La controcultura è la cresta dell'onda in movimento, una zona di incertezza in cui la cultura diventa imprevedibile.» (Timothy Leary) Indignati, chi sono e perché protestano Dal 2011, grazie anche ad un manifesto espresso in un pamphlet di Stephan Hessel, dal nome “Indignatevi”, Un movimento nuovo, fa controcultura. Giovani ma anche anziani, disoccupati, hippy, operai, impiegati e artisti, accomunati dal desiderio di mostrare la loro indignazione contro le inefficienze del sistema finanziario. Ridurre il potere delle banche e delle multinazionali. Fermare gli speculatori. Questo chiedono a ogni latitudine Dagli Usa alla Cina, passando per l'Europa, gli 'Indignados', il movimento nato nelle strade spagnole per combattere la crisi, lo strapotere della finanza, dei banchieri e dei politici, e che raggruppa centinaia di migliaia di manifestanti di proporzioni planetarie. Gli 'indignati' non si distinguono per il colore della pelle e neanche per la loro appartenenza sociale, religiosa o tantomeno anagrafica: sono giovani ma anche anziani, disoccupati, hippy, operai, impiegati e artisti, accomunati dal desiderio di mostrare tutta la loro indignazione contro le inefficienze del sistema finanziario. Non sono dotati di un leader, le decisione vengono prese da una sorta di ''assemblea comune'', e le loro decisioni le comunicano attraverso i social network, come Facebook e Twitter. Le ragioni della protesta Diritti, uguaglianza, ricchezza condivisa e, soprattutto, partecipazione. Ridurre il potere delle banche e delle multinazionali. Fermare gli speculatori. Questo chiedono gli indignati, ad ogni latitudine. ''Toma la calle'', prenditi la strada era lo slogan dei madrileni che si sono presi la Puerta del Sol, centro nevralgico di Madrid. Dove la calle sta per la piazza, l'agora' greca dove tornare a parlare, a confrontarsi e a decidere il proprio futuro. A riprendersi la ''democrazia reale''. ''Facciamo piazza Pulita'' e' stato lo slogan utilizzato dagli indignati italiani nella manifestazione accanto agli indignados spagnoli a piazza di Spagna e dopo il presidio 'anti Brunetta' a Milano. Sono studenti, precari, disoccupati, pensionati, attivisti, professionisti, lavoratori arrabbiati, cittadini di destra e di sinistra delusi dalla politica ma affamati di politica. Senza capi, il tricolore come arma e uniti dalla voglia di cambiare il paese. Per organizzare, lanciare iniziative, discutere, parlano con il linguaggio del XXI secolo, Facebook, Twitter, blog. Su Italian Revoulution, il profilo Facebook capostipite dei siti che si rifanno al movimento nato a Madrid, in 30.500 discutono della necessità di stare ''uniti per il cambiamento globale''. E se bacheche virtuali e social forum hanno sostituito in parte le assemblee sessantottine, le decisioni che contano si prendono in piazza, tutti assieme. Con delle regole precise, però: nessuno comanda, chi vuole parla, le bandiere dei partiti sono vietate, nessuna violenza, ne' verbale ne' fisica. E con le tende come simbolo: ''del precariato di oggi, che non e' solo economico ma anche esistenziale''. Nati in Spagna La ''rivoluzione'' nasce in Spagna con migliaia di giovani che occupano Puerta del Sol a Madrid per e poi diffondersi in altre città spagnole, sfidando i divieti imposti da autorità locali e polizia. L'indignazione dei giovani spagnoli è rivolta contro la corruzione, la 'collusione' fra politici e banchieri, contro la disoccupazione dilagante e l'assenza di prospettive di un futuro decente. La protesta cresce e comincia a fare il giro del mondo, approdando in Israele. A luglio il centro di Tel Aviv viene occupato da tende di dimostranti che chiedono una maggiore giustizia sociale. Seguono cortei, assembramenti permanenti quasi sempre accompagnati da concerti e happening musicali. L'indignazione attraverso l'Atlantico e arriva poi negli Stati Uniti. Da Madrid ai quattro angoli del globo L'esercito degli Indignados a New York si concentra sulla protesta anti-Wall Street. Approda poi a Washington e si dirige a due passi dalla Casa Bianca. Il movimento contagia poi Los Angeles, Chicago, Seattle, Denver, Memphis e Hilo nelle Hawaii. Le numerose marce a stelle e strisce fanno dichiarare al presidente Barack Obama che ''chi contesta da' voce alla frustrazione che c'e' al Paese'' per una crisi economica e occupazionale frutto della crisi finanziaria. Ma gli 'Indignados' anti- Wall Street non si fermano al continente americano, e conquistano anche l'estremo oriente, precisamente la Cina dove trovano l'appoggio delle autorità locali. In questo caso gli obiettivi della protesta assumono un carattere unicamente anti-occidentale con scopi nazionalisti. Centinaia di anziani, ma anche qualche giovane, si danno appuntamento dinanzi a un ufficio comunale di Zhengzhou, capoluogo della provincia centrale dell'Hehan, mostrando nostalgia per il socialismo di Mao, criticando il capitalismo occidentale. In Russia il movimento vive per ora su internet, dove il malumore e' esploso dopo la rielezione di Vladimir Putin alla presidenza del paese. Solo piccole proteste di strada e qualche copertina dissidente dove si chiedono le dimissioni dello stesso Putin. La politica oggi non offre nulla, né il pane e nemmeno i sogni. Non fornisce prospettive concrete legate al lavoro, all’ambiente, alla salute, alla sicurezza. Non dà nemmeno più idee, valori, passioni. La soluzione dei problemi assume natura tecnica o amministrativa, ma non politica. Per esempio, l’Unione Europea non allude ad una civiltà politica. Il peso dell’Europa è tutto in economia. Non esiste sovranità politica, ma solo economica. Non a caso l’entità, se così può chiamarsi, è nata intorno all’euro. L’organo più funzionante di questa entità è la Corte dei Conti. Niente radici storiche, tantomeno religiose. Solo regole attente sui bilanci. Questo è un chiaro esempio “negativo” di controcultura. Indignati italiani, una storia diversa La “questione giovanile” ha riconquistato le pagine dei giornali. Niente di nuovo sotto il sole. Da un po’ di tempo, però, a salire alla ribalta sono gli “indignati”, per lo più giovani che faticano a inserirsi nel mondo del lavoro. Il disagio, a dirla tutta, trova conferma nei dati che il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, scandiva, qualche tempo fa al seminario dell’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà : nell’Unione Europea il tasso di disoccupazione è sempre in aumento. Il contraccolpo della crisi è stato più forte per le nuove generazioni soprattutto in Italia e in Spagna. Complice la dicotomia del mondo del lavoro, che vede i giovani titolari di contratti a tempo determinato e non rinnovabile, a differenza dei loro padri, forti delle tutele riconosciute dal contratto a tempo indeterminato. Nei primi anni del secolo la flessibilità, tutta versata sul lato dei giovani, ha creato occupazione e opportunità; ma si trattava di una nuova realtà del mercato del lavoro che poggiava su basi poco solide e le imprese in crisi non hanno potuto che concentrare i tagli proprio tra i cosiddetti precari per non affondare. I motivi per cui si è arrivati a questa situazione sono però molteplici e, cosa davvero preoccupante, pare non siano minimamente presi in considerazione da quanti scendono per strada. “Noi non paghiamo la vostra crisi”, ripetono i manifestanti. D’accordo. Ma chi dovrebbe pagare, allora, i baby-pensionati che hanno smesso di lavorare a cinquant’anni? Chi dovrebbe caricarsi dei costi della mobilità e della cassa integrazione, dei dipendenti pubblici stabilizzati e dei trombati della politica piazzati nelle municipalizzate? Vedere gli studenti manifestare con i sindacati della pubblica amministrazione è sufficiente a convincersi del fatto che chi scende in piazza non ha un minimo di progetto per la società di domani e, ancor prima, non ha capito nulla della crisi. Che, ricordiamolo ancora una volta, è crisi del debito sovrano; è crisi di uno stato schiacciato dal proprio debito e da un livello di spesa pubblica non sostenibile. Se proprio si vogliono cercare i responsabili del tracollo, occorre guardare alla classe politica che ha elargito in decenni di spesa allegra prebende, rendite e sovvenzioni; quindi a chi ha beneficiato delle politiche di tax expenditure. Accanirsi contro le banche, non serve a niente. Banche e investitori istituzionali hanno più motivo di preoccuparsi e lamentarsi che ragioni per discolparsi, dato che sono i primi a soffrire e sopportare il rischio di essersi fidati di un pessimo pagatore come lo stato acquistandone i titoli. Se i giovani temono per il proprio futuro fanno benissimo. Dovrebbero, però, comprendere che lo stato, quello stato da cui sperano di farsi risolvere i problemi, e che invece li ha creati, è inadatto a farsi carico di loro; dovrebbero capire che esso ha già ipotecato il loro avvenire, l’unica speranza è credere nelle capacità individuali, per farsi strada e a creare opportunità anche nel nostro paese. A tal proposito, sarà il caso che i giovani si facciano trovar pronti. Per molti la disoccupazione e il salario basso sono stati scelte quasi deliberate al momento dell’iscrizione alla scuola superiore o all’università. Anche dopo la crisi, l’atteggiamento più sbagliato che può avere una generazione intera è quella di pensare che un pezzo di carta qualsiasi rilasciato dall’università dia diritto ad un posto fisso nella pubblica amministrazione. Che si sia in possesso della laurea o meno, varrebbe la pena forse documentarsi presso la Confartigianato sulle tante occupazioni che secondo un rapporto del 2010 darebbero da vivere a 150 mila lavoratori ma che a cui pochi giovani sono disposti a dedicarsi. Ad esempio, mancano installatori di infissi di cui necessitano le aziende. Nel settore alimentare, non si riescono a coprire posti da panettiere disponibili. L’ultimo concorso dell’agenzia delle entrate, invece, per 220 posti da assistente, ha registrato oltre 100 mila domande pervenute. Forse che sfornare il pane alle 4 di mattina è meno onorevole che ricevere uno stipendio dall’agenzia delle entrate? Per chi scrive, no. Estratto da Sine Contracultura

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