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STORIA DELLA CONTROCULTURA (TERZA PARTE)

Una generazione di cosmopoliti senza radici La musica degli anni Sessanta fu lo speciale megafono attraverso cui molti dei messaggi e delle tematiche avanzate dai giovani in questo periodo fecero il giro del mondo. E così sulle note delle canzoni dei Beatles, di Bob Dylan e di Joan Baez gran parte dei giovani del pianeta iniziarono a protestare contro la guerra, contro la società dei consumi, contro l’imperialismo, contro il razzismo. Ma la protesta investì anche i partiti, la scuola e la famiglia, considerate strutture autoritarie, obsolete e gerarchiche inadatte a rispondere alle reali esigenze delle nuove generazioni sempre più scolarizzate ed attente a ciò che accadeva intorno a loro. Quindi, nella seconda metà degli anni Sessanta, mentre i giovani americani contestavano la guerra del Vietnam, mentre i Provos olandesi lanciavano la loro campagna contro il fumo, imprimendo una grande “K”, che stava per “kanker”, su tutti i manifesti che pubblicizzavano tabacco, il fenomeno beat fece la sua prima apparizione nelle grandi periferie metropolitane italiane costituendo una delle prime forme di «soggetto collettivo in movimento» e di ribellione generazionale nel nostro paese. Furono proprio quelli che la stampa definì capelloni, beat e provos, che con le loro riviste, da “Mondo Beat” ad “S”, da “Urlo Beat” a “Pianeta Fresco”, iniziarono a parlare di una società impossibile retta dall’ipocrisia, dalle ingiustizie sociali, dall’ignoranza, dai tabù sessuali e devastata dalla violenza della guerra contro cui i giovani dovevano unirsi e lottare. Tra queste fanzine sviluppatesi nell’area beat in quel periodo, quella che costituisce una delle esperienze più interessanti è “Mondo Beat”: i contenuti, lo stile controculturale ed il radicalismo comportamentale che caratterizzarono la rivista e i suoi redattori ci permettono di guardare e di leggere le dinamiche sociali e culturali, le contraddizioni e a volte i ritardi del Paese Italia muovendo da un osservatorio particolare e forse stravagante, quello cioè di una marginale subcultura giovanile che contribuì, però, in modo determinante a porre le basi per quella che sarà l’esplosione sessantottina. L’esperienza di “Mondo Beat” si consumò nell’arco di pochi mesi, fu una breve meteora che apparve nelle strade milanesi nella seconda metà degli anni Sessanta per poi scomparire, dopo l’esperimento del campeggio di via Ripamonti a Milano, fagocitata e risucchiata dal big bang del ’68. È la storia di una “piccola banda giovanile italiana” che, per un breve periodo e suo malgrado, riuscì ad influenzare settori marginali di giovani dando prova di una notevole creatività. Protagonisti di questa esperienza il gruppo Mondo Beat e il gruppo Provo-Onda Verde: essi decisero di unire le forze trovando un punto di incontro essenzialmente nel metodo nonviolento. Attraverso l’“happening permanente” e la “manifestazione-spettacolo” si voleva ottenere l’“obiettivo critico”, e cioè l’ampliamento dei diritti civili, la revisione totale della legislazione sui minorenni, l’abolizione delle diffide, dei fogli di via e degli «accertamenti» che colpivano in quel periodo soprattutto i capelloni, l’abolizione del servizio militare, il riconoscimento della piena libertà giuridica nei rapporti sessuali, eccettuate la prostituzione e la violenza, il riconoscimento della libertà di divorzio e il disarmo della polizia. Dopo il clamore suscitato dallo sgombero del campeggio molti “randagi” tornarono nell’ombra rivendicando la «libertà di potersi spostare. Con il ’68 alle porte, iniziò proprio in quegli ultimi mesi del 1967, l’esodo dei capelloni. Un esodo che a volte li portò molto lontano, in Oriente, a volte, invece, li spinse semplicemente ad allontanarsi dal caos della città rifugiandosi in campagna dove sorsero le prime comuni agricole. Il ’68 e la politicizzazione delle culture giovanili che ad esso seguì da un lato si innestarono sulla cultura beat, dall’altro marginalizzarono rapidamente l’incidenza della dimensione controculturale del beat italiano considerata a volte espressione di una borghesia illuminata. La stagione delle occupazioni universitarie rappresentò il culmine della fase ascendente della cultura giovanile degli anni Sessanta ma ne rappresentò anche l’eclissi. I modelli internazionali Quando il ‘68 divenne fenomeno di portata internazionale, esso riuscì a congiungere in una quasi perfetta simultaneità l’intero pianeta partendo non da un centro propulsore unitario, ad esempio la politica di una o più nazioni, ma da “nuclei distinti” animati, però, da idee, lotte e obiettivi comuni. Oggi in Europa – si leggeva, nel marzo 1968, sul numero monografico de “L’Espresso Colore” dedicato al movimento studentesco – in America, in Asia, nel primo mondo e nel terzo, chi protesta sono gli studenti. Hanno fondato una “Internazionale” di uomini di 20 anni che proclama gli stessi principi, adora gli stessi maestri, si muove dietro gli stessi slogans, nei campus della California o per le strade di Shangai, sulle rampe di Valle Giulia o nei viali dei Colleges inglesi. Infatti, si verificarono a livello planetario una serie «di simultanei fatti di cronaca» diversi nei particolari, lontani nello spazio, apparentemente difformi l’uno dall’altro ma che avevano ovunque gli stessi protagonisti: i giovani e in particolare gli studenti universitari. Era una rivolta che, come si legge nell’editoriale de “L’Espresso Colore”, veniva da lontano: aveva conosciuto e superato una serie di tappe, era giunta a maturazione «in maniera rapida ma graduale», aveva utilizzato slogan e parole d’ordine diverse ed era infine esploso improvvisamente e simultaneamente ovunque vi fosse una università. «Oggi, volendo fare una ricostruzione di questo itinerario, non interessa tanto assodare in che cosa i “provos” somigliassero ai “beat”, in quale particolare gli “hippies” di Washington Square risultassero più autentici di quelli di piazza di Spagna, quanto cercare di comprendere in cosa consistesse realmente quella sommossa studentesca che sembrava aver assorbito e razionalizzato le esperienze politiche, associative e protestatarie della gioventù non-conformista di tutti i continenti. La dimensione planetaria di quello che stava accadendo non sfuggì neanche a Il Corriere della Sera – quotidiano percepito tanto dai beat italiani e dai movimenti pre-sessantotto quanto dal movimento studentesco milanese come “l’avversario” principale – che parlò di una internazionale dell’irrequietezza che coinvolgeva giovani universitari, studenti delle scuole superiori, alunni delle elementari e delle medie che dall’Italia alla Svezia, dagli Stati Uniti alla Francia, avevano iniziato a protestare, scioperare e a fare chiasso. Si assistette proprio in quel periodo ad un sostanziale ridimensionamento dello stato nazione: i protagonisti di questa intensa stagione non avevano più i confini nazionali come punto di riferimento, ma la dimensione mondiale della protesta. Ad unire i giovani contestatori e i militanti della nuova sinistra non erano, quindi, i vincoli della terra e della tradizione ma il mondo nella sua complessità e interezza. Il ’68 riuscì ad amplificare quell’idea di spazialità politica senza frontiere avanzata dai capelloni e da tutti quei ragazzi che prima dell’anno mirabilis «dissero “Adesso basta!” buttarono via la buccia conformista e comoda della passività e strigliarono per bene il cavallo della Libertà perché li portasse lontano. A creare subbuglio, però, sul finire degli anni Sessanta, non era più una piccola banda giovanile di eccentrici capelloni ma un movimento studentesco trasformatosi in movimento di massa. Qui si realizzò quel processo di politicizzazione e di radicalizzazione già presenti nelle esperienze precedenti e in cui confluirono la maggior parte dei movimenti giovanili di quegli anni. Questi processi subirono un’accelerazione anche grazie alle esperienze che i vari movimenti studenteschi stavano compiendo a livello internazionale e che colpirono l’immaginario dei giovani in rivolta. Il grande impulso arrivò da Berkeley, la grande università californiana che diede il via alle contestazioni studentesche nel lontano 1964, dall’università libera di Berlino e dal suo leader Rudi Dutschke per il quale un’università «gerarchizzata e dittatoriale è il riflesso di una società repressiva», dai movimenti della London School Of Economics e dalle agitazioni dell’università di Birmingham, Leicester e Edimburgh contro il potere di una «gerontocrazia pedagogica». Gli studenti italiani guardarono con interesse anche all’Antiuniversity inglese, un centro studi di protesta, meno estremista della Kritische Universität berlinese, fondato con l’obiettivo di offrire ai giovani una cultura diversa da quella istituzionale. Altro esperimento guardato con attenzione dai protestatari italiani fu la Release, una organizzazione anglosassone di pronto soccorso legale nata per aiutare tutti coloro che si trovavano nei guai con le forze dell’ordine a causa dell’uso di sostanze stupefacenti. Sull’esempio inglese proprio nel 1968, Ignazio Maria Gallino e Guido Blumir a Milano crearono SIMA, un organismo impegnato nella difesa medico-legale d’ogni tipo di devianza perseguita penalmente, dalla tossicodipendenza all’omosessualità e un laboratorio di produzione artistica –psichedelica legata alla sperimentazione di droghe, alla meditazione e allo studio del pensiero orientale. Secondo Sandro Viola, quello che si stava agitando fuori e dentro i confini nazionali era il più grosso, grave, complesso evento che la società contemporanea e in particolare quella italiana sarebbe stata chiamata a risolvere in quel 1968. Agli studenti di Berlino che gridavano “Buon Dio, dacci il quinto Reich: il quarto è uguale al terzo”, facevano eco gli studenti italiani che rivendicavano il potere studentesco, ovvero, il potere di creare una contestazione politica della società all’interno dell’università. Il rapporto con la politica Però, il ‘68 non fu un movimento completamente “snazionalizzato”. Esso seguì, all’interno dei diversi paesi occidentali, dinamiche profondamente differenziate, fu un movimento transnazionale caratterizzato da forti peculiarità determinate dai singoli contesti nazionali. Se nello studiare i movimenti della fine degli anni Sessanta, ma anche e soprattutto, quelli degli inizi degli anni Settanta, si prescindesse dai loro contesti sociali e politici nazionali si correrebbe il rischio di non essere in grado di giudicare né la loro novità né la loro ampiezza, e nemmeno il loro impatto sui sistemi democratici. Decontestualizzando il movimento studentesco dalle trasformazioni sociali verificatisi nel nostro paese nel corso degli anni Sessanta e soprattutto ignorando la presenza di alleati diversi dai partiti tradizionali disposti a seguire i movimenti, non si riuscirebbe a comprendere come mai l’ondata di mobilitazione si prolungò fino alla fine del decennio successivo a differenza di quanto accadde, invece, laddove le coalizioni erano stabili – si pensi ad esempio alla Francia gollista – o le élites repressive, laddove cioè le opportunità di protesta svanirono rapidamente. Azioni di protesta e di rivolta, infatti, investirono in quei mesi tutto il territorio nazionale. Il ciclo di lotte studentesche che si aprì in quel periodo fu lungo ed ebbe una eco straordinario nel paese. «Il Potere Operaio» di Pisa – giornale diretto tra gli altri da Adriano Sofri, Luciano Della Mea e Gian Mario Cazzaniga – in un editoriale del gennaio del 1968 parlava di una protesta ampia e generalizzata destinata a crescere nei mesi successivi «in modo collegato, nel resto d’Italia a Torino, a Lecce, a Firenze, a Padova, ecc.». In Italia, infatti, così come in molti altri paesi europei, la protesta non restò confinata nelle grandi aree urbane: dalla metropoli la contestazione dilagò rapidamente nella provincia contagiando anche realtà solitamente e tradizionalmente tranquille. Tutti gli atenei ebbero contestazioni e occupazioni; laddove non c’erano università, ad occupare furono gli studenti medi, a dar vita alle contestazioni e alle agitazioni furono la miriade di circoli culturali e di gruppi di base formatisi nei paesini o nelle città di provincia tra il 1967 e il 1968. Un elemento costitutivo, inoltre, del “processo 68”, specificatamente di quello italiano, è, inoltre, la crisi dei modelli rappresentati dai partiti tradizionali su cui tanto avevano insistito negli anni precedenti beat e provos con le loro riviste. Fu proprio in questo periodo che si registrò una profonda crisi delle organizzazioni giovanili dei maggiori partiti sia in termini di iscritti che di partecipazione. Per tutti gli anni Sessanta, sia la Federazione dei Giovani Comunisti Italiani sia il Movimento Giovanile della Dc persero via via un numero sempre crescente di iscritti. L’ascesa alla ribalta, quindi, di una generazione lontanissima dalla politica che si faceva nelle istituzioni, impegnata nella costruzione di un nuovo linguaggio e nella sperimentazione di un nuovo modo di occupare la piazza attraverso percorsi lontani dai canali politici tradizionali, rese evidente l’indebolimento dell’egemonia della società politica. Come scriveva Enzo Forcella in un articolo dal significativo titolo Voltano le spalle alla politica, molti giovani si stavano allontanando dai partiti che stavano perdendo sempre più mordente e prestigio. Quindi, la difficoltà di comprendere e afferrare le richieste provenienti da questi giovani e la preoccupazione con cui si guardava a questi settori, erano il risultato più visibile dell’incapacità di fornire delle risposte alle domande che stavano maturando in questi nuovi movimenti. A questo allontanamento dagli istituti partitici tradizionali, che stavano perdendo il ruolo, svolto fino a quel momento, di agenti utili alla socializzazione politica, non corrispondeva però un disimpegno sociale da parte dei giovani: l’interesse per la politica cresceva, anzi, parallelamente al loro distacco e alla loro diffidenza nei confronti delle varie organizzazioni istituzionali. A chi li accusava di qualunquismo, Marco Maria Sigiani, provo dell’Onda Verde, in un’intervista realizzata dagli studenti del Liceo “Parini” nel ‘67, rispose che se per qualunquismo si intendeva il più completo disinteresse per la lotta politica condotta nei modi tradizionali» ebbene allora sì essi erano qualunquisti. Ma nel momento in cui i giovani protestatari, capelloni, beats o provos che fossero, operavano una critica alla società, la loro azione diventava politica, e l’accusa di qualunquismo cadeva automaticamente. Se nel febbraio 1968 Carlo Casalegno aveva sostenuto che uno degli aspetti più indicativi e importanti del movimento studentesco fosse la convinzione con cui questi giovani avevano rotto con i “partiti di papà” incapaci di cogliere le novità della società degli anni Sessanta, nel maggio di quello stesso anno l’opinionista di «Panorama» sentì l’esigenza di schierarsi In difesa dei partiti. Ad allarmare Casalegno e molti altri fu la campagna per la scheda bianca che alcuni gruppi e il movimento studentesco stesso portarono avanti proprio in quel fatidico anno. Il fastidio, l’insofferenza, la polemica contro i partiti (e il Parlamento), presenti e forti in qualunque momento non solo in Italia, diventano più aspri e diffusi alla vigilia delle elezioni. È una storia vecchia; ma questa volta ha assunto aspetti di particolare violenza ed inquietanti dimensioni politiche: già si parla di un “antipartito” della scheda bianca. Di tutte le forme di protesta, la diserzione elettorale è la più sterile, pericolosa e sbagliata cui si possa ricorrere. La capisco quando sono i nazisti a organizzarla. ma che la sostengano cittadini onesti, desiderosi di una vita pubblica libera e sana, come tanti “moderati”, o giovani ansiosi di una trasformazione della società, è un doppio, tragico errore. A sostenere la scheda bianca furono forze assai eterogenee. A Roma i più attivi sostenitori della campagna contro il suffragio furono gruppi di estrema destra che non si facevano scrupolo a mescolare maoismo e mistica fascista, marcusianesimo e nazismo. I “dissenzienti neri” – militanti del “Centro Ordine Nuovo”; della “Federazione nazionale combattenti repubblicani”, del “Movimento combattentismo attivo”, della “Costituente nazionale rivoluzionaria” - erano tutti dichiaratamente fascisti, molti erano reduci della Repubblica Sociale, la maggior parte aveva più o meno a lungo militato nel MSI. «Una valanga di schede bianche», era il loro slogan «sommergerebbe il regime». Impegnati su questo fronte furono anche il “Partito Comunista d’Italia (m-l)” e la “Federazione dei comunisti m-l d’Italia”, che invitarono i propri iscritti a deporre nelle urne schede bianche o “rosse”, cioè con scritte inneggianti a Mao, Lenin, Stalin. Lo stesso fecero il Partito radicale, alcune ACLI emiliane, toscane e laziali, ampi settori del movimento studentesco e ciò che restava del movimento beat. Il volantino disegnato da Giorgio Tavaglione Credevano che la mia scheda bianca fosse la sola finché non hanno visto la tua – slogan che faceva il verso alla pubblicità di un detersivo trasmesso da Carosello («… credevo che il mio bucato fosse bianco finché non ho visto il tuo…») – fu il megafono di quella controcultura che con sempre maggiori difficoltà continuava a sopravvivere nel movimento studentesco. A Udine nell’aprile del ’68 si verificò un fatto strano: diversi commercianti del luogo ricevettero in busta chiusa recante il timbro di Milano un foglio intitolato Abbiate il coraggio di dire basta! Dietro questa trovata propagandistica c’erano i nostri amici dalle chiome fluenti. Sull’esempio dell’underground, inoltre, che aveva contribuito a creare l’humus da cui si sviluppò il ’68, si diffuse la concezione di un movimento che non fosse tenuto insieme solo da obiettivi politici o da tessere di partito ma che fosse concepito come spazio fisico in cui praticare quotidianamente esperienze di gruppo. Centrale per i giovani coinvolti nelle occupazioni era il tentativo di creare ambiti di vita comunitaria separata da una società che si riteneva alienante e retta dalla condivisione di principi e bisogni tra simili. Al movimento non ci si iscriveva, né ci si sarebbe mai iscritti: nel movimento “si stava”, in esso si “viveva”, perché era un’esperienza in cui i confini fra la dimensione pubblica dell’azione collettiva si confondevano, sovrapponendosi, alla dimensione privata di chi prendeva parte a quella esperienza. La grande difficoltà di interpretare da un punto di vista storiografico il Sessantotto risiede proprio nell’irruzione della vita quotidiana nella lotta politica. Infatti, la grande rottura che il movimento di contestazione provocò fu l’aver permesso che il quotidiano influenzasse l’agire collettivo, l’aver contribuito, cioè, a far sì che la vita quotidiana si sovrapponesse ad una “politica” che prima era stata soltanto ideologia, pratica parlamentare, routine sindacale e che diventò poi mangiare insieme, vivere insieme, una permanente dimensione collettiva di militanza. Conclusioni Concludendo, i movimenti di protesta, che si svilupparono prima e durante il ’68, furono agenti privilegiati dei mutamenti politici che si registrarono proprio in quel periodo nei sistemi democratici occidentali e agenti di trasformazione sociale e civile capaci di mediare tra la politica e l’universo delle trasformazioni dei bisogni, dei costumi e dei consumi. Questi movimenti, che si avvicinarono alla politica seguendo percorsi antagonisti e rifiutando il tradizionale sistema dei partiti e l’insieme delle regole a cui esso faceva riferimento, furono alcuni dei protagonisti delle lotte che tra gli anni Sessanta e Settanta si conclusero con la conquista di libertà del tutto nuove nella scuola così come nella società, nella fabbrica così come nel carcere o nei manicomi. La conquista di queste libertà fu il risultato di un ciclo di lotte e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica che si innescò molto prima della breve stagione delle occupazioni universitarie sessantottine. Un ciclo di lotte e un processo di secolarizzazione che aveva preso l’avvio già alla fine degli anni cinquanta quando, grazie alla ripresa produttiva, al progressivo miglioramento delle condizioni di vita, alla possibilità di consumare prodotti industriali da parte di settori sempre più ampi della società, alla circolazione di idee e messaggi attraverso nuovi canali di comunicazione e di produzione culturale – si pensi ad esempio alla nascita del rock’n roll e alla sua rapida penetrazione sia nel blocco occidentale sia in quello sovietico –, si posero le basi per un linguaggio comune a un’intera generazione, e di questa esclusivo patrimonio. Il consolidamento di una cultura collettiva giovanile che travalicava i confini nazionali aveva dato vita a molteplici e multiformi esperienze di protesta; dalle occupazioni ai controcorsi di Palazzo Campana, dalle Free Universities americane alle comuni, dagli happening del gruppo romano degli Uccelli al teatro-guerriglia o di strada – che avevano contribuito a trasformare profondamente l’immaginario sociale e politico in cui i giovani della seconda metà degli anni Sessanta si riconoscevano, a Roma come a Londra, a Berlino come a Praga. A suon di rock and roll prima e di beat poi, molti dei giovani degli anni Sessanta elaborarono, quindi, un’identità collettiva generazionale e, attraverso un uso consapevole degli strumenti materiali e simbolici – l’abbigliamento, l’industria del tempo libero ecc. – resi disponibili dal “miracolo economico”, riscoprirono la politica sperimentando nuove pratiche di socialità. In Italia capelloni, beat e provos, inizialmente marginali e minoritari, risentendo dei profondi cambiamenti che stava attraversando la società italiana di quegli anni, contribuirono a creare le condizioni per l’esplosione del ’68 studentesco, rivoluzionando radicalmente l’agire politico ed anticipando pratiche a cui si sarebbero rifatti gli studenti del ’68 ma anche quelli degli anni seguenti. Il movimento politico (quello studentesco) e quello controculturale si influenzarono reciprocamente a volte sovrapponendosi nella dialettica tra politica e non politica, nella maturazione di idee, proposte e sensibilità che non si riferivano al sistema politico ma che furono all’origine di una nuova radicalità e di movimenti concretamente impegnati nella lotta per una società nuova. Non è sostenibile la tesi che sia esistito un movimento tutto politico e un movimento tutto controculturale, così come non è possibile separare in maniera troppo netta la dimensione culturale ed esistenziale da quella più propriamente politica. Negli slogan e nelle pratiche politiche messe in campo durante le occupazioni universitarie è possibile rintracciare infatti una linea di continuità tra gli slogan e le pratiche politiche che avevano caratterizzato le lotte dei capelloni e dei pacifisti negli anni precedenti: così come happening, manifestazioni-spettacolo, resistenza passiva erano state le “armi” utilizzate dai beat, anche gli studenti in un primo momento ricorsero a questi strumenti nel tentativo di scuotere la coscienza dell’opinione pubblica. Questa linea di continuità fra i fermenti emersi negli anni Sessanta e il ’68 propriamente detto, ad esempio, non sfuggì agli osservatori dell’epoca. Persino Il Corriere della Sera che non accolse con favore la nascita dei movimenti beat e soprattutto la passione politica con cui i giovani scendevano nelle piazze e affollavano le strade, utilizzò lo stesso registro “lessicale” e lo stesso metro per analizzare tanto il fenomeno dei capelloni che quello degli studenti: sporchi, pericolosi ed estremisti erano i primi così come pericolosi ed estremisti erano i secondi. Continuità che non sfuggì neanche a giornalisti ed opinionisti di grande valore come Camilla Cederna, Lino Jannuzzi, Eugenio Scalfari, Enzo Forcella, Giorgio Bocca e altri che lessero, infatti, la nascita del movimento studentesco alla luce delle manifestazioni che i giovani avevano organizzato negli anni precedenti per protestare contro la guerra del Vietnam, per rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza e al divorzio, per contestare l’autoritarismo della scuola, della chiesa e della famiglia. L’obiettivo perseguito dal giornale era, secondo i giovani protestatari italiani, spaventare l’opinione pubblica e schiacciare le istanze di cambiamento avanzate, reprimendole e svilendole. Il Sessantotto fu un laboratorio politico in cui aspetti generazionali, esistenziali e culturali interagirono con il rifiuto di universi simbolici nazionali ed internazionali percepiti come inadeguati: una lettura non esclusivamente storico-politica, legata alla breve stagione delle occupazioni studentesche, può restituire a quel fenomeno controculturale del ‘900. la sua complessità. Complessità che ancora oggi divide chi lo ha fatto il 68, da chi lo ha subito. Quella fu l’ultima rivoluzione in Occidente, l’ultima febbre che attraversò le giovani generazioni. Quei rivoluzionari ed i loro continuatori ideologici, sono oggi la classe dominante : nella cultura come nella politica e nei media, nella scuola e nella università, nei sindacati nella magistratura. Personalmente ritengo di evidenziare come il 68 abbia trionfato dal punto di vista culturale, mentre in realtà abbia inciso un po’ meno dal punto di vista politico. Ha fatto controcultura. L’ideologia che ci ha lasciato il 68, però, è radicata nel conformismo odierno, contraddistinto da una morale permissiva che sfocia nel pensiero corretto. Al 68 si deve la primogenitura dell’espressione globale, riferita alla contestazione che poi trova la sua accezione positiva. Intanto crea l’egocentrismo generazionale. I contestatori erano convinti di creare un mondo nuovo, che la società si svegliasse grazie a loro. La contestazione nasce per reazione ad una società troppo autoritaria e repressiva; il cortocircuito è forse accentuato da un eccesso di desideri sulla realtà, percepita come una gabbia da cui uscire. Il mito della cultura estetica, di cui parlava Marcuse. Estratto da Sine Contracultura

Commenti

  1. "i Provos olandesi lanciavano la loro campagna contro il fumo, imprimendo una grande “K”, che stava per “kanker”, su tutti i manifesti che pubblicizzavano tabacco"
    Ma ne sei proprio sicuro?

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