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STORIA DELLA CONTROCULTURA (2a PARTE) Una generazione di cosmopoliti senza radici

La musica degli anni Sessanta fu lo speciale megafono attraverso cui molti dei messaggi e delle tematiche avanzate dai giovani in questo periodo fecero il giro del mondo. E così sulle note delle canzoni dei Beatles, di Bob Dylan e di Joan Baez gran parte dei giovani del pianeta iniziarono a protestare contro la guerra, contro la società dei consumi, contro l’imperialismo, contro il razzismo. Ma la protesta investì anche i partiti, la scuola e la famiglia, considerate strutture autoritarie, obsolete e gerarchiche inadatte a rispondere alle reali esigenze delle nuove generazioni sempre più scolarizzate ed attente a ciò che accadeva intorno a loro. Quindi, nella seconda metà degli anni Sessanta, mentre i giovani americani contestavano la guerra del Vietnam, mentre i Provos olandesi lanciavano la loro campagna contro il fumo, imprimendo una grande “K”, che stava per “kanker”, su tutti i manifesti che pubblicizzavano tabacco, il fenomeno beat fece la sua prima apparizione nelle grandi periferie metropolitane italiane costituendo una delle prime forme di «soggetto collettivo in movimento» e di ribellione generazionale nel nostro paese. Furono proprio quelli che la stampa definì capelloni, beat e provos, che con le loro riviste, da “Mondo Beat” ad “S”, da “Urlo Beat” a “Pianeta Fresco”, iniziarono a parlare di una società impossibile retta dall’ipocrisia, dalle ingiustizie sociali, dall’ignoranza, dai tabù sessuali e devastata dalla violenza della guerra contro cui i giovani dovevano unirsi e lottare. Tra queste fanzine sviluppatesi nell’area beat in quel periodo, quella che costituisce una delle esperienze più interessanti è “Mondo Beat”: i contenuti, lo stile controculturale ed il radicalismo comportamentale che caratterizzarono la rivista e i suoi redattori ci permettono di guardare e di leggere le dinamiche sociali e culturali, le contraddizioni e a volte i ritardi del Paese Italia muovendo da un osservatorio particolare e forse stravagante, quello cioè di una marginale subcultura giovanile che contribuì, però, in modo determinante a porre le basi per quella che sarà l’esplosione sessantottina. L’esperienza di “Mondo Beat” si consumò nell’arco di pochi mesi, fu una breve meteora che apparve nelle strade milanesi nella seconda metà degli anni Sessanta per poi scomparire, dopo l’esperimento del campeggio di via Ripamonti a Milano, fagocitata e risucchiata dal big bang del ’68. È la storia di una “piccola banda giovanile italiana” che, per un breve periodo e suo malgrado, riuscì ad influenzare settori marginali di giovani dando prova di una notevole creatività. Protagonisti di questa esperienza il gruppo Mondo Beat e il gruppo Provo-Onda Verde: essi decisero di unire le forze trovando un punto di incontro essenzialmente nel metodo nonviolento. Attraverso l’“happening permanente” e la “manifestazione-spettacolo” si voleva ottenere l’“obiettivo critico”, e cioè l’ampliamento dei diritti civili, la revisione totale della legislazione sui minorenni, l’abolizione delle diffide, dei fogli di via e degli «accertamenti» che colpivano in quel periodo soprattutto i capelloni, l’abolizione del servizio militare, il riconoscimento della piena libertà giuridica nei rapporti sessuali, eccettuate la prostituzione e la violenza, il riconoscimento della libertà di divorzio e il disarmo della polizia. Dopo il clamore suscitato dallo sgombero del campeggio molti “randagi” tornarono nell’ombra rivendicando la «libertà di potersi spostare. Con il ’68 alle porte, iniziò proprio in quegli ultimi mesi del 1967, l’esodo dei capelloni. Un esodo che a volte li portò molto lontano, in Oriente, a volte, invece, li spinse semplicemente ad allontanarsi dal caos della città rifugiandosi in campagna dove sorsero le prime comuni agricole. Il ’68 e la politicizzazione delle culture giovanili che ad esso seguì da un lato si innestarono sulla cultura beat, dall’altro marginalizzarono rapidamente l’incidenza della dimensione controculturale del beat italiano considerata a volte espressione di una borghesia illuminata. La stagione delle occupazioni universitarie rappresentò il culmine della fase ascendente della cultura giovanile degli anni Sessanta ma ne rappresentò anche l’eclissi. Estratto da Sine Contracultura

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